Torna indietro

Cinesi non muoiono mai (I)

Cinesi non muoiono mai (I)
10,22 -30%   14,60 

Ordina ora per riceverlo lunedì 14 dicembre. 

20 punti carta PAYBACK
Brossura:
256 Pagine
Editore:
Chiarelettere
Pubblicato:
10/07/2008
Isbn o codice id
9788861900479

Descrizione

I CINESI IN ITALIA: la più numerosa comunità d'Europa. Ma quanti sono? Cosa fanno? Come arrivano? Molto è cambiato dagli anni Ottanta. Erano 2000. Oggi sono 150mila. Rappresentano il 5 per cento del totale degli immigrati regolari. Poca cosa. Eppure LI VEDIAMO OVUNQUE nelle nostre città. Aprono negozi, bar, ristoranti, interi quartieri sono diventati piccole Chinatown. Un'impresa straniera su sette è cinese. La prima generazione di immigrati oggi ha i figli che frequentano l'università. Ma allora li guardavamo con curiosità, ora con paura. L'ITALIA È CAMBIATA. Sono accusati di tutto: prostituzione, riciclaggio di denaro sporco, traffico di rifiuti, sfruttamento di bambini. Ma siamo sicuri che sia veramente così? VALE LA PENA CONOSCERLI DA VICINO E RACCONTARLI. Dietro una quantità industriale di luoghi comuni ("i cinesi non muoiono mai", "nei ristoranti servono carne di cane" eccetera), le storie e le testimonianze raccolte in questo libro rivelano un popolo ottimista, che vede un futuro davanti a sé e ha voglia di co struirselo. Un reportage nell'Italia di oggi, da Torino a Matera, passando per la provincia italiana (a Bagnolo Piemonte gli scalpellini cinesi sono leader nella lavorazione della storica pietra di Luserna, quella dei sampietrini che pavimentano le nostre strade), Milano, il ricco Nordest, Prato (dove troviamo il fondatore della Giupel, il primo cinese ammesso in Confindustria), Roma, Napoli (qui le donne partenopee fanno da babysitter ai bimbi con gli occhi a mandorla)... Vedendo all'opera i cinesi capiamo anche cosa siamo diventati noi. Un Paese stanco, rassegnato e spaventato. Che guarda con sospetto chi, come loro, scommette sulle proprie capacità e investe nel lavoro e nelle nuove generazioni. Se la mafia gialla fa paura è perché i malati siamo noi.