Torna indietro

Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank

Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank
11,40 -40%   19,00 

Ordina ora per riceverlo giovedì 2 dicembre. 

23 punti carta PAYBACK
Rilegato:
193 Pagine
Editore:
Einaudi
Pubblicato:
04/09/2012
Isbn o codice id
9788806213015

Descrizione

Si respira un'aria antica fra le pagine di questa nuova raccolta di racconti di Nathan Englander. C'è l'immutabilità della parabola e la sapienza della narrazione ebraica, c'è il grottesco di Gogol' e l'ineludibilità di Kafka, l'intelligenza caustica di Philip Roth e la spiritualità applicata di Marilynne Robinson. E intorno a tutto, incontenibile, liberatoria, un po' sacrilega, una sonora risata. La scrittura di Englander corre agile sul filo teso fra il religioso e il secolare, agile e mai leggera, esplora gli obblighi e le complessità morali dei due versanti, ne assapora le esilaranti debolezze, strappando sorrisi pronti a congelarsi in smorfie attonite. Il marito esemplare e avvocato di successo di "Peep show" cerca la trasgressione in uno squallido locale a luci rosse, e incontra invece la sua cattiva coscienza travestita (o meglio svestita) da rabbino della sua vecchia yeshiva. Le nudità flaccide e pelose dell'esimio dottore della legge restano comiche solo fino al successivo, terrorizzante, travestimento. Si ride di gusto anche delle piccole manie geriatriche degli ospiti del centro estivo "Camp Sundown", finché riguardano spray antizanzare e allarmi antifumo, ma quando le vetuste menti dei villeggianti credono di riconoscere in un compagno di soggiorno un carceriere nazista di ben altro campo del loro passato, la commedia si tinge di nero. L'ombra dell'Olocausto, o di una sua rivisitazione, occhieggia insistente...

La nostra recensione

Nel raccontarvi questo libro parto da una confessione: non ho mai letto per intero il "Diario di Anne Frank". La mia prima memoria dell'Olocausto è il bianco e nero di "Schindler's list" di Spielberg mentre le mie reminiscenze di cultura ebraica spaziano dalle fiabe di Isaac B. Singer (da bambina le adoravo) alle battute di Woody Allen, che in "Anything else" racconta di aver litigato con certe persone che avevano definito Auschwitz "un parco a tema". Il libro di Nathan Englander è una raccolta di racconti il cui titolo si ispira anzi omaggia "Di cosa parliamo quando parliamo d'amore" di Raymond Carver. Englander, scrittore ebreo americano, sin dall'infanzia ha frequentato assiduamente la comunità ortodossa di New York. Attraverso queste piccole storie ci fa capire la complessa relazione che ancora oggi esiste tra un popolo, la sua tradizione e una memoria difficile da cancellare. E allora ecco un gruppo di bambini ebrei che gioca al "pogrom a rovescio" con un compagno di scuola asiatico "perché sei diverso, sai, e per vedere che effetto fa". O di un nuovo processo di Norimberga, allestito in una casa di riposo, dove sopravvissuti e kapò si ritrovano a convivere cinquant'anni dopo la guerra. Ha senso dire che una parte della comunità ebraica soffre di una "ossessione dell'Olocausto come indispensabile segno d'identità"? Lo domanda Englander stesso, per bocca di uno dei suoi personaggi. E quanto è importante sapere che il personaggio in questione è sotto l'effetto di marijuana? E quale peso ha il fatto che il personaggio in questione, tra una canna e l'altra, decida di "giocare al gioco di Anne Frank, altrimenti detto 'Chi mi nasconderà'"? Un peso c'è: perché se è vero che nessuno vuole che l'Olocausto si ripeta, è altrettanto vero che nella storia 'non si sa mai'. E nel caso di un ipotetico secondo Olocausto, è giusto che chiedersi chi tra i nostri conoscenti 'goym' (gentili) nasconderebbe in casa un ebreo perseguitato, come fecero a suo tempo i vicini di Anne Frank.
Marta Traverso )